• Maria Brescancin

Mettersi in gioco.... perché no?


Un ricordo…

Ricordo un episodio particolare della mia infanzia, avevo circa 10 anni, credo. I miei genitori erano stati invitati ad una festa a casa di amici. Nella mia mente è rimasta memoria di una casa molto grande con tante persone presenti e una sala enorme dedicata al ballo. Erano presenti diversi bambini della mia età. Io, seduta su una panchina di legno ai lati della sala, osservavo ammirata gli altri bambini ballare. Ad un certo punto si avvicinò una bambina e mi invitò ad unirmi a loro ed io rifiutai, nonostante la sua gentile insistenza. Ricordo molto bene quello che provai in quel momento perché fui attraversata da un forte conflitto: da una parte avevo un’immensa voglia di ballare insieme a quei bambini, dall’altra parte le mie gambe erano inchiodate alla panchina e non avevano la benché minima intenzione di staccarsi da lì. Ero molto timida, più di adesso, e temevo l’essere al centro dell’attenzione e il possibile giudizio.

Cosa ho imparato?

Di questa esperienza (sicuramente ce ne sono state molte altre che ora non ricordo) mi è rimasta la sensazione di aver perso un’opportunità di condividere un momento di gioia spensierata. In fondo mi piaceva così tanto ballare! Questa sensazione ha fatto sì che, nelle occasioni seguenti (soprattutto da adulta), io mi equipaggiassi in anticipo di quel pizzico di coraggio in più che poteva servirmi per vivere al meglio situazioni simili.

In che modo?

Facendo delle prove, un pochino alla volta, sperimentando un minimo di rischio ma con la possibilità di tornare al riparo nel caso ne avessi sentito la necessità. Il risultato è stato che alle feste a cui ho partecipato in seguito mi si doveva fermare perché altrimenti andavo avanti a ballare fino allo sfinimento, noncurante del bel vestito sgualcito e sudato.

Questo è solo un esempio

per dire che a volte, soltanto il sentir pronunciare le parole “mettersi in gioco” può farci tremare le gambe, stringere lo stomaco, girare la testa, sudare freddo, o semplicemente farci scappare rifiutando l’esperienza. Ma è davvero quello che vogliamo?

Chissà perché si dice: “mettersi in gioco”?

Il gioco è un’esperienza creativa tramite la quale riusciamo a metterci in contatto con noi stessi e ad esprimere le nostre potenzialità in un contesto non reale, ma immaginativo dove il giudizio è sospeso. Agendo creativamente, “facendo finta che …” attiviamo uno spazio vitale in cui sperimentarci, in cui correre un minimo rischio del tutto controllabile perché siamo noi a dettare le regole e in qualunque momento possiamo tirarci indietro.

Quali vantaggi possiamo trarne?

Se riusciamo a fare il passo iniziale e a “metterci in gioco”, entriamo in una finzione ricca di metafore e linguaggi simbolici in cui possiamo fare esperienza di emozioni e sentimenti reali senza affrontare direttamente il nostro vissuto, ma inventando e condividendo realtà immaginative comunque ricche di valori e significati. Dopotutto non siamo soli, ma ci troviamo con altre persone che hanno i nostri stessi timori, ma anche lo stesso bisogno di esprimersi, di raccontarsi, di esplorare possibilità, di relazionarsi in uno scambio proficuo, portando a casa un bagaglio arricchito da ricerche e scoperte. Perché infine, sempre di un gioco si tratta.


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